05/10/2021
Condivido questo scritto del Colonnello Paolo Angioni a proposito del falso mito delle IMBOCCATURE. Spero serva. Lo spero per i cavalli.
“Si continua a scrivere e dibattere il tema di vari tipi di imboccature. L'imboccatura e' semplicemente il tramite che unisce la mano alla bocca del cavallo, la sensibilità del cavaliere a quella del cavallo. Anche la mano è un tramite della sensibilità e del cervello dell'uomo. A parte il capezzone a leva, descritto da autori italiani e già usato nel Cinquecento, ora chiamato hackamore, prima dell'invenzione di tutti questi tipi di imboccature che fanno fare affari d'oro ai produttori e ai commercianti di bardature, c'erano il filetto e il morso e filetto o briglia, con i derivati del primo e della seconda, con i derivati, cioè, della leva che aumenta la potenza della trazione agendo sia sulle barre sia sulla barbozza.
Soffermarsi tanto a lungo sui tipi di imboccatura equivale a diffondere la falsa opinione che ci siano imboccature meno o più piacevoli per il cavallo e fa dimenticare che l'unico elemento importante, piacevole, per modo di dire, o spiacevole, è la mano del cavaliere. Se è buona non ci sono problemi. Se è cattiva, tanto vale attaccare le redini a una museruola con leva o senza leva per limitare gli effetti nocivi della mano. La mano si può educare. E prima della mano bisognerebbe educare la sensibilità del cavaliere, anch'essa migliorabile in relazione all'età e alla natura del cavaliere.
La storia delle imboccature è una presa in giro del neofita o del cavaliere inesperto, che sono la fortuna del commerciante. Ogni nuova imboccatura ha sul cavallo l'effetto sorpresa, che dura qualche giorno. Poi il cavallo, che ha difetti o difese o difficoltà nel lavoro, trova la strada per sottrarsi o per vincere il nuovo strumento, perché il suo istinto lo porta a concentrare tutta la sua attenzione sull'origine del fastidio, mentre il cavaliere ha tante cose cui pensare.
Mettete un cavallo alla corda con qualsiasi tipo di imboccatura e vedete un po' se fa difese con la bocca. Nessuna, perché non c'è la mano che tira o agisce a sproposito.
Osservate i cavalieri al passo in un campo di prova o in una scuola di equitazione dove si dovrebbero insegnare i principi e i metodi della buona equitazione. Quasi tutti hanno le mani ferme, spesso appoggiate al garrese. Il cavallo nella locomozione al passo oscilla l'incollatura, il cosiddetto bilanciere, formato da collo e testa. A ogni passo completo avanza e ritrae due volte l'incollatura. E sono due tironi provocati dalla mano ferma del cavaliere.
Come il passo, il galoppo è un'andatura basculata. Ad ogni falcata di galoppo il bilanciere si abbassa e si allunga, si alza e si ritrae. E a ogni falcata è un bel tirone. Il cavallo si difende come può. Talvolta sottraendosi e incappucciandosi, talaltra alzando, se può, la testa. Contro l'incappucciamento non ci sono armi a portata di mano (tranne le desuete redini rigide). Contro l'innalzamento della testa c'è la redine di ritorno. Così la povera bestia non solo non può evitare il fastidio, ma deve subirlo disciplinatamente.
Siccome l'imboccatura agisce sulle barre e sulla lingua, e sulla barbozza se ha una leva, non potendo il cavallo modificare la posizione delle barre, per cercare di sottrarsi al fastidio o addirittura al dolore, inizia a cercare una via di scampo, incomincia a muovere la lingua, a passarla sopra il ferro, a farla uscire lateralmente, a ritrarla verso il fondo del palato. E siccome non basta, incomincia a muovere la testa, a sbatterla, a puntare sulla mano, a strappare le redini per eliminare la pressione di una mano cattiva. E' ovvio che dopo un po' di tempo di simili raffinate torture, anche se si elimina la causa del fastidio, cambiando cavaliere quindi mano, per esempio, rimne l'a manifestazione dell'insofferenza, perché il cavallo è un abitudinario.
Allora il cavaliere, dopo aver passato la capezzina sotto il filetto e averla stretta di qualche buco, "così non apre più la bocca", oppure avendo aggiunto all'imboccatura una paletta contro lo scavalcamento della lingua, incomincia a domandarsi il perché di simili sconsiderate reazioni e studia il modo di aggirare il problema, rendendo più dolce l'imboccatura (non la sua manaccia), chiedendo consigli ai colleghi più esperti e recandosi infine dal suo sellaio per iniziare gli esperimenti in genere senza fine.
Poi ci sono coloro che seguono le mode, vedono un cavalire in genere di nome con uno strano aggeggio e lo mettono subito in bocca al proprio cavallo. E' un po' come la moda, ora, della martingala con forchetta, aggiustata in modo che è come se non ci fosse e che certo male non fa, o di quella ridicola retina che si mette sulla testa dei poveri cavalli, che spesso scende a coprire parzialmente gli occhi. Osservare le fotografie per convincersene.
Il cavaliere dovrebbe invece con modestia e umiltà esaminare il proprio modo di stare in sella, studiare la locomozione del cavallo, seguire i movimenti naturali dell'incollatura, industriarsi con ogni attenzione per avere sulle barre e sulla commessura delle labbra un contatto il più leggero possibile, sempre uguale, smetterla di ritenere che con le redini "si sostiene" il cavallo, abbandonare a intervalli completamente le redini per mettere a riposo un organo tanto delicato come la bocca e a intervalli lasciare che l'incollatura si distenda a piacimento. Allora si renderebbe conto che due sono le migliori imboccature: il filetto e la briglia. La loro dolcezza o la loro severità dipendono soltanto dalla dolcezza e dalla severità della mano del cavaliere. Buon lavoro e invito a riflettere. Paolo Angioni”